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giovedì 2 febbraio 2012

Wislawa Szymborska, la poetessa dell'incanto

Mercoledì 1 febbraio è morta nella sua casa di Cracovia una grande poetessa: Wislawa Szymborska. Aveva 88 anni ed era stata insegnita del Premio Nobel  per la Letteratura nel 1996.
E' nata nel 1923 a Kornik, vicino a Poznan; iniziò a pubblicare le sue poesie nel 1945 su un quotidiano. Si impose all'attenzione del suo paese a partire dal 1956 con raccolte come «Richiamo allo Yeti», «Sale» e «Gran divertimento», nelle quali il quotidiano viene raccontato attraverso profonde riflessioni morali e poetiche.
  
Usava il verso libero e sapeva cogliere nelle piccole cose il miracolo dell'esistenza. 

Nelle sue liriche, spesso brevi come aforismi, dà voce con profonda lucidità e ironia a problemi morali della nostra epoca partendo da avvenimenti semplici, dagli accadimenti e osservazioni del quotidiano. 
Aveva pensato per tempo al suo epitaffio, scritto naturalmente in versi: 

"Qui giace come virgola antiquata/
l'autrice di qualche poesia. 
La terra l'ha degnata/
dell'eterno riposo, sebbene la defunta/
dai gruppi letterari stesse ben distante./
E anche sulla tomba di meglio non c'è niente/
di queste poche rime, d'un gufo e la bardana./
Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,/
e sulla sorte di Szymborska medita un istante".

venerdì 23 dicembre 2011

La fine e l'inizio

(Lavinia Fontana)
Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C’è chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.

C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.”

A B C

(Sofonisba Aguissola)


Ormai non verrò più sapere
cosa pensava di me A.
Se B. fino all'ultimo non mi ha perdonato.
Perchè C. faceva finta che fosse tutto a posto.
Che parte aveva D nel silenzio di E.
Cosa si aspettava F., se si aspettava qualcosa.
Perchè G ha dimenticato, benchè sapesse bene.
Cosa aveva da nascondere H.
Cosa voleva aggiungere I.
Se il fatto che ero accanto
avesse un qualunque significato
per J per K e il restante alfabeto.

Il silenzio delle piante

La conoscenza unilaterale tra voi e me
si sviluppa abbastanza bene.

So cosa sono foglia, petalo, spiga, stelo, pigna, 
e cosa vi accade in aprile, e cosa in dicembre.

Benchè la mia curiosità non sia reciproca,

su alcune di voi mi chino apposta,
e verso altre alzo il capo.

Ho dei nomi da darvi:

acero, bardana, epatica,
erica, ginepro, vischio, nontiscordardimè,  
ma voi per me non ne avete nessuno.

Viaggiamo insieme.

E quando si viaggia insieme si conversa,
ci si scambiano osservazioni almeno sul tempo,
o sulle stazioni superate in velocità.

Non mancherebbero argomenti, molto ci unisce.

La stessa stella ci tiene nella sua portata.
Gettiamo ombre basate sulle stesse leggi.
Cerchiamo di sapere qualcosa, ognuno a suo modo,
e ciò che non sappiamo, anch'esso ci accomuna.

Io spiegherò come posso,
ma voi chiedete: 
che significa guardare con gli occhi,
perchè mi batte il cuore
e perchè il mio corpo non ha radici.


Ma come rispondere a domande non fatte,
se per giunta si è qualcuno
che per voi è a tal punto nessuno.


Epifite, boschetti, prati e giuncheti -

tutto ciò vi dico è un monologo
e non siete voi che lo ascoltate.

Parlare di voi è necessario e impossibile.
Urgente in questa vita frettolosa
e rimandato a mai.

Le tre parole più strane

Quando pronuncio la parola Futuro,
la prima sillaba già va nel passato.

Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.

Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.

Negativo

In un cielo bigio
una nuvoletta ancora più bigia,
contornata di nero dal sole.
A sinistra, ossia a destra,
un ramo bianco di ciliegio con i fiori neri.
Sul tuo viso scuro ombre chiare.
Ti sei seduto accanto al tavolino
e vi hai posato sopra le mani ingrigite.
Sembri uno spirito
che cerca di evocare i vivi.
(Poichè ancora mi annovero tra loro,
dovrei apparirgli e battere:
buonanotte, ossia buongiorno,
addio, ossia benvenuto,
e non risparmiargli domande ad alcuna risposta,
se riguardano la vita,
ossia la tempesta prima della quiete).

Nuvole

Dovrei essere molto veloce
nel descrivere le nuvole -
già dopo una frazione di secondo
non sono più quelle, stanno diventando altre.

La  loro caratteristica è
non ripetersi mai
in forme, sfumature, pose, disposizione.

Non gravate dalla memoria di nulla,
si librano senza sforzo sui fatti.

Ma quali testimoni di alcunchè - si disperdono all'istante da tutte le parti.
In confronto alle nuvole la vita sembra solida, pressochè duratura e quasi eterna.
Di fronte alle nuvole perfino un sasso sembra un fratello su cui si può contare, loro invece sono solo cugine lontane e volubili.

Gli uomini esistano pure, se vogliono,
e poi uno dopo l'altro muoiano,
loro, le nuvole, non hanno niente a che vedere
con tutta questa faccenda
molto strana.
Al di sopra di tutta la tua vita
e della mia, ancora incompleta,
sfilano fastose così come già si sfilavano.
Non devono insieme a noi morire,
nè devono essere viste per fluttuare.

Nella moltitudine

Sono quella che sono.
Un caso inconcepibile
come ogni caso.
In fondo avrei potuto avere
altri antenati,
e così avrei preso il volo
da un altro nido,
così da sotto un altro tronco
sarei strisciata fuori in squame.
Nel guardaroba della natura
c' é un mucchio di costumi:
ragno, gabbiano, topo di campagna.
Ognuno va subito a pennello
e docilmente è indossato
finchè non si consuma.
Anch'io non ho scelto,
ma non mi lamento.
Potevo essere qualcuno
molto meno a parte.
Qualcuno d'un formicaio, banco, sciame ronzante,
una scheggia di paesaggio sbattuta dal vento.
Qualcuno molto meno fortunato,
allevato per farne una pelliccia,
per il pranzo della festa,
qualcosa che nuota sotto un vetrino.
Un albero conficcato nella terra,
a cui si avvicina un incendio.
Un filo d'erba calpestato
dal corso di incomprensibili eventi.
Uno nato sotto una cattiva stella,
buona per altri.

E se nella gente destassi spavento,
o solo avversione,
o solo pietà?
Se al mondo fossi venuta
nella tribù sbagliata
e avessi tutte le strade precluse?

La sorte, finora,
mi è stata benigna.

Poteva non essermi dato
il ricordo dei momenti lieti.
Poteva essermi tolta
l'inclinazione a confrontare.
Potevo essere me stessa - ma senza stupore,
e ciò vorrebbe dire
qualcuno di totalmente divers
o.

La chiave

La chiave c'era e non c'è più.
Come entreremo in casa?
Qualcuno la potrà trovare,
la guarderà - per farne cosa?
Camminando la rigira su e giù
come un ferro da buttare.

Ma se lo stesso accadesse
all'amore che io provo per te,
non solo a noi, al mondo intero
questo amore mancherebbe.

Sollevato nell' altrui mano
non aprirà nessuna casa
e sarà solo una forma
e che ruggine la roda.

Non da carte, astri o grido di pavone
è tratta questa predizione.

La veglia

La veglia non svanisce
come svaniscono i sogni.
Nessun brusio, nessun campanello
la scaccia,
nessun grido nè fracasso
può strapparci da essa.

Torbide e ambigue
sono le immagini nei sogni,
il che può spiegarsi
in molti modi.
Veglia significa veglia
ed è un enigma maggiore.

Per i sogni ci sono chiavi.
La veglia si apre da sola
e non si lascia sbarrare.

Da essa si spargono
diplomi e stelle,
cadono giù farfalle
e anime di vecchi ferri da stiro,
berretti senza testa
e cocci di nuvole.
Ne viene fuori un rebus
irrisolvibile.

Senza di noi non ci sarebbero sogni.
Quello senza cui non ci sarebbe veglia
è ancora sconosciuto,
ma il prodotto della sua insonnia
si comunica a chiunque si risvegli.

Non i sogni sono folli,
folle è la veglia,
non fosse che per l'ostinazione
con cui si aggrappa
al corso degli eventi.

Nei sogni vive ancora
chi ci è morto da poco,
vi gode perfino di buona salute
e ritrovata giovinezza.
La veglia depone davanti a noi
il suo corpo senza vita.
La veglia non arretra d'un passo.

La fugacità dei sogni fa sì
che la memoria se li scrolli di dosso facilmente.
La veglia non deve temere l'oblio.
E' un osso duro.
Ci sta sul groppone,
ci pesa sul cuore, sbarra il passo.

Non le si può sfuggire,
perchè ci accompagna in ogni fuga.
E non c'è stazione
lungo il nostro viaggio
dove non ci aspetti.

Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni - cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole. Dov'è un obbligo,
e i poeti stessi, ce ne saranno forse due su mille.
Piace - ?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma  io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come all'àncora d'un corrimano.
 

Eccesso

Hanno scoperto una nuova stella,
ma non vuol dire che vi sia più luce
e qualche cosa che prima mancava
.

La stella è grande e lontana
tanto lontana da essere piccola,
persino più piccola di altre
assai più piccole di lei.
Lo stupirsi non sarebbe qui affatto strano
se solo ne avessimo il tempo.

L'età della stella, massa, posizione,
tutto ciò basta forse
per una tesi di dottorato
e un piccolo rinfresco negli ambienti vicini al cielo:
atmosfera rilassata, abito informale,
si conversa soprattutto di temi locali
masticando noccioline.

U
na stella magnifica
ma non è un buon motivo
per non brindare alle nostre signore
assai più vicine.

Una stella senza conseguenze.
Ininfluente sul tempo, la moda, l'esito del match,
il governo, le entrate e la crisi dei valori.

Senza riflessi su propaganda e industria pesante,
su laccatura del tavolo delle trattative.
In sovrappiù per i giorni contati della vita.

A che serve qui chiedersi
sotto quante stelle nasce l'uomo,
e sotto quante dopo un attimo muore.

Nuova.
- Mostrami almeno dove sta.
- Tra l'orlo della nuvoletta bigia sfilacciata
e quel rametto, più a sinistra, di acacia.
- Ah, eccola - dico.

All'ospizio

La Jabloriska se la passa bene, a tutto s'inchina,
e in più gira tra noi quasi fosse una regina.
In più si acconcia il capo e il fazzolettino -
con tre figli in cielo, che uno faccia capolino?

"Se non fossero morti in guerra non sarei qui.
L'estate dal primo, dal secondo a svernare".
Se l'era pensata così.
Certa di poterci contare.

E in più scrolla su di noi la testa,
e chiede dei nostri figli che l'hanno scampata,
perchè quanto a lei, per le feste
"il terzo l'avrebbe invitata".

Certo sarebbe arrivato un cocchio d'oro
trainato, eccome, da bianche colombe,
perchè tutti vedessero
e non scordassero.

Sicchè a volte sorride la signorina Vera,
la signorina Vera, l'infermiera,
pietà di noi a tempo pieno,
con diritto alle ferie e a un giorno di libertà.

giovedì 22 dicembre 2011

Numero sbagliato

Nella pinacoteca squillò il telefono,
squillò a mezzanotte tra i quadri alle pareti;
poteva svegliare i dormienti, se c'erano,
ma qui abitano solo insonni profeti,
soltanto re sbiancano al chiarore lunare,
del tutto indifferenti a quel che c'è da guardare
e, vivace all'aspetto, la moglie del notaio
osserva l'aggeggio che squilla sul caminetto.
ma no, non mete via il suo bel ventaglio,
come gli altri resta appesa, colta sul non fatto.
Superbamente assenti, con ricche vesti o senza,
trattano quell'allarme con noncuranza,
in essa c'è, lo giuro, assai più humor nero che se dalla cornice scendesse un condottiero (a cui solo il silenzio fa fischiare le orecchie). E il fatto che qualcuno continui a richiamare, provando in buona fede all'apparecchio un numero inesatto? E' vivo, può sbagliare.

Relazione all'ospedale

Tirammo a sorte chi ci doveva andare.
Toccò a me. Mi alzai dal tavolino.
L'ora della visita in ospedale si avvicinava.

Non rispose nulla al mio saluto.
Volevo prendergli la mano - la ritrasse
come un cane affamato che non molla l'osso.

Sembrava vergognarsi di morire.
Non so cosa si dica a uno come lui.
Gli sguardi divergevano, come in un fotomontaggio.

Non disse nè resta, nè va via.
Non chiese di nessuno del nostro tavolino.
Nè di te, Bolek. Nè di te Tolek. Nè di te Lolek.

Mi venne il mal di testa. Chi stava morendo a chi?
Lodavo la medicina e le tre violette nel bicchiere.
Raccontavo del sole e mi spegnevo.


Che bellezza le scale da scendere di corsa.
Che bellezza il portone che si apre.
Che bellezza voi in attesa al tavolino.

L'odore dell'ospedale mi fa venire nausea.

Innamorati

C'è un tale silenzio che udiamo
la canzone cantata ieri:
Tu per il monte, io per la valle ...
Udiamo - ma non ci crediamo.

Nel nostro sorriso non c'è pena,
e la bontà non è rinuncia.
E più di quanto non meriti,
commiseriamo chi non ama.

Così stupiti di noi stessi,
cos'altro ci può mai stupire?
Nè arcobaleno la notte.
Nè farfalla sulla neve.

Ma addormentandoci
in sogno vediamo l'addio.
Però è un buon sogno,
perchè c'è il risveglio.

Accanto a un bicchiere di vino

Con uno sguardo mi ha reso più bella,
e io questa bellezza l'ho fatta mia.
Felice. Ho inghiottito una stella.

Ho lasciato che mi immaginasse
a somiglianza del mio riflesso

nei suoi occhi. Io ballo, io ballo

nel battito di ali improvvise.

Il tavolo è tavolo, il vino è vino
nel bicchiere che è un bicchiere
e sta lì dritto sul tavolo.
Io invece sono immaginaria
incredibilmente immaginaria,
immaginaria fino al midollo.

Gli parlo di tutto ciò che vuole:
delle formiche morenti d'amore
sotto la costellazione del soffione.
Gli giuro che una rosa bianca,
se viene spruzzata di vino, canta.

Mi metto a ridere, inclino il capo
con prudenza, come per controllare
un'invenzione. E ballo, ballo
nella pelle stupita, nell'abbraccio
che mi crea.

Eva dalla costola, Venere dall'onda,
Minerva dalla testa di Giove
erano più reali.

Quando lui non  mi guarda,
cerco la mia immagine
sul muro. E vedo solo
un chiodo, senza quadro.

Progetto un mondo

Progetto un mondo, nuova edizione,
nuova edizione, riveduta,

per gli idioti, chè ridano,
per i malinconici, chè piangano,
per i calvi, chè si pettinino,
per i sordi, chè gli parlino.

Ecco un capitolo:
la lingua di Animali e Piante,
dove per ogni specie
c'è il vocabolario adatto.
Anche un semplice buongiorno
scambiato con un pesce,
àncora alla vita
te, il pesce, chiunque.

Quell'improvvisazione di foresta,
da tanto presentita, d'un tratto
nelle parole manifesta!
Quell'epica di gufi!
Quegli aforismi di riccio,
composti quando
siamo convinti
che stia solo dormendo.

Il Tempo (capitolo secondo)
ha il diritto di intromettersi
in tutto, bene o male che sia.
Tuttavia - lui che sgretola montagne,
sposta oceani
ed è presente al moto delle stelle,
non avrà il minimo potere
sugli amanti, perchè troppo nudi,
troppo avvinti, col cuore in gola
arruffato come un passero.

La vecchiaia è solo la morale
a fronte di una vita criminosa.

Ah, dunque sono giovani tutti!
La sofferenza (capitolo terzo)
non insulta il corpo.
La morte ti coglie nel tuo letto.

E sognerai
che non occorre affatto respirare,
che il silenzio senza respiro
è una musica passabile,

sei piccolo come una scintilla
e ti spegni al ritmo di quella.

Una morte solo così. Hai provato
più dolore tenendo in mano una rosa
e sentito maggiore sgomento
per un petalo sul pavimento.

Un mondo solo così. Solo così
vivere. E morire solo quel tanto.
E tutto il resto eccolo qui -
come Bach suonato per un istante
su un bicchiere.

Il cielo

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un'apertura e nulla più,
ma spalancata.
Non devo attendere una notte serena,
nè alzare la testa
per osservare il cielo.
L'ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva da sotto.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle vali più profonde.
In nessun luogo ce n'è di più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso,
cade da cielo a cielo.
Friabili fluenti, rocciose,
infuocate ed eteree,
distese di cielo, briciole di cielo
folate e cataste di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.
Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta ad una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

Non occorre titolo

Arrivati a questo: siedo sotto un albero,
sulla sponda d'un fiume
in una mattina assolata.
E' un evento futile
e non passerà alla storia.
Non si tratta di battaglie e patti
di cui si studiano le cause,
nè di tirannicidi degni di memoria.

Tuttavia siedo su questa sponda, è un fatto.
E se sono qui,
da qualche parte devo pur essere venuta,
e in precedenza
devo essere stata in molti altri posti,
esattamente come i conquistatori di terre lontane
prima di salire a bordo.

Anche l'attimo fuggente ha un ricco passato,
il suo venerdì prima del sabato,
il suo maggio prima di giugno.
Ha i suoi orizzonti non meno reali
di quelli nel canocchiale dei capitani.


Quest'albero è un pioppo radicato da anni.
Il fiume è la Raba, che scorre non da ieri.
Il sentiero è tracciato fra i cespugli
non dall'altro ieri.
Il vento per soffiare via le nuvole
prima ha dovuto a spingerle fin qui
.

E anche se nulla di rilevante accade intorno,
non per questo il mondo è più povero di particolari,
peggio fondato, meno definito
di quando lo invadevano i popoli migranti.

Il silenzio non accompagna solo i complotti,
nè il corteo delle cause solo le incoronazioni.

Possono essere tondi gli anniversari delle insurrezioni,
ma anche i sassolini in parata sulla sponda.


Fitto e intricato è il ricamo delle circostanze.
Il punto della formica nell'erba.

L'erba cucita alla terra.
Il disegno dell'onda in cui si infila un fuscello.

Si dà il caso che io sia qui e guardi.
Sopra di me una farfalla bianca sbatte nell'aria
ali che sono solamente sue
e sulle mani mi vola un'ombra,
non un'altra, non di altri, solo sua.

A tale vista mi abbandona sempre la certezza
che ciò che è importante
sia più importante di ciò che non lo è